Mafie e collusioni, quando il governo è double face
L’attuale governo, nei momenti di difficoltà, per sviare dai problemi che non riesce a risolvere (e da quelli che crea) in forza di una ormai conclamata malaccorta gestione in ogni ambito, autocelebrativo com’è, si picca di aver ottenuto importanti risultati nella lotta alle mafie e, soprattutto, di aver lasciato il segno con lo “storico” arresto di un Matteo Messina Denaro che aveva poche settimane di vita.
Ma omette le “storiche” collusioni tra i partiti politici che sono ora al governo e gli esponenti delle mafie, a partire dai tempi del Berlusca, che frequentava e proteggeva quelli di alto rango e si vantava anche lui di averne messo dentro tanti che, però, costituivano la manovalanza.
Così come Meloni & C. hanno negato, fino a quando hanno potuto, le connivenze di personaggi della politica (esponenti dell’esecutivo e non), anche “periferici” (nella Sicilia “controllata”, soprattutto) coi mafiosi (quelli che sono già rappresentanti del popolo esclusi): ma i nodi vengono al pettine e le mafie continuano a foraggiare la destra, ecco perché il progetto del Ponte non viene abbandonato ma rinviato, per cause di forza maggiore (traduzione: colpa della magistratura).
Inutile mettere in discussione che la Commissione parlamentare Antimafia è in crisi e dovrebbe essere sciolta al più presto, perché ha operato sin qui solo per esigenze di facciata e di propaganda ed è formata da soggetti inidonei a trattare un argomento spinoso come quello della lotta alla criminalità organizzata.
D’altronde, è notorio che i componenti sono stati impegnati nella campagna referendaria per il “SI” alla legge Nordio, una riforma che aveva lo scopo di ottenere il controllo della politica sulla magistratura, venendo meno al principio deontologico dell’imparzialità. Una riforma per la quale, aggrappandosi ai muri lisci e senza pudore, gli esponenti tutti della destra governativa hanno tirato in ballo finanche Vassalli, Falcone e Borsellino nel tentativo di lavare il cervello al popolicchio.
Ma l’aspetto più pregnante della pochezza del governo e della Commissione Antimafia è costituito da una serie di fattori che si aggiungono a una politica oggettivamente “tollerante” e contaminata dal voto di scambio.
Si va dall’assegnazione dei contratti pubblici senza gara aperta, con innalzamento degli importi e con relativa liberalizzazione dei subappalti, all’abrogazione del reato di abuso d’ufficio (per il quale, però, proprio di recente l’UE ha posto severi vincoli), che contempla anche il superamento in moltissimi casi del conflitto di interessi. Passando per la limitazione dei poteri di intercettazione della magistratura e per la depenalizzazione del reato di traffico di influenze illecite (legittimità dell’art. 346/bis c.p.) e poi per le restrizioni riferite all’attività della Corte dei Conti (il caso “ponte sullo Stretto” è noto a tutti). E anche la volontà di voler innalzare la soglia di limitazione all’utilizzo del contante è una implicita conferma di questa lotta alla mafia di facciata ma non di sostanza.
Una lotta che torna utile quando conviene, per esigenze di propaganda, ma che è lontana anni luce dai valori della Giustizia e del vivere civile anche perché, si sa, i panni sporchi l’attuale maggioranza preferisce lavarli in famiglia. “Famiglia” che, nel gergo mafioso, ha un significato ben preciso.
Letterio Licordari
(Forza Lavoro)
