Primo Maggio 2026. Una nuova coscienza collettiva


V
iviamo un tempo oscuro, equivoco, intriso di violenze e sopraffazioni, dominato dalle logiche della guerra e dal senso di impunità di uomini e donne di potere, al servizio di un capitalismo rapace, più simili a tiranni che ai rappresentanti di governi formalmente democratici rispettosi del diritto e della civiltà. La causa di ciò non è “uno smarrimento di coscienza”, una parentesi, ma una tendenza storica del capitalismo, comprovata da due grandi e sottovalutate questioni: l’aumento della disuguaglianza e la crescita della centralizzazione dei capitali, che stanno mettendo sotto assedio la democrazia. Questa tendenza del capitale, per come scrive il prof Brancaccio nel suo “Libercomunismo”: “Suscita un ultimo e più profondo movimento, fin dentro la struttura biofisica della vita umana.  È la riduzione di corpi e cervelli a componenti di un processo di produzione, consumo, riproduzione, e centralizzazione in continuo ridisegno, lungo la scia di innovazione della scienza capitale “. Questa tragica realtà ad oggi non è per nulla oggetto di riflessione adeguata, di contrasto organizzato né politicamente né socialmente. Anzi, anche forze, dichiaratamente democratiche e progressiste, continuano ad immaginare “mitologie economiche a dispetto della realtà” per come le definiva il prof. L. Gallino. A subire le maggiori conseguenze di questa triste realtà continuano ad essere i lavoratori e le lavoratrici, i giovani e le donne, le classi sociali uscite sconfitte dalla lotta di classe. In Italia continua a dominare il mantra della flessibilità, che tradotto nella concreta realtà vuole dire precarietà, crisi dell’economia, della ricerca, perdita di qualità dell’istruzione, emarginazione sociale e dei territori.  Celebrare il Primo Maggio in questo 2026, per me, significa rifare i conti con questa realtà, con la consapevolezza della necessità di aumentare la coscienza e la conoscenza, il protagonismo sociale, il conflitto democratico collettivo. Non è semplice. Ma non ci si può rassegnare. Ci sono organizzazioni sindacali come la Fiom-Cgil e non solo, organizzazioni sociali, come l’Arci, Emergency, l’Anpi, tante realtà religiose, che da tempo stanno perseguendo obbiettivi comuni partendo dalla difesa e dalla richiesta di reale applicazione della nostra Costituzione. Oggi non basta ciò: bisogna saper costruire una nuova capacità di lettura dei processi e rinnovare una “intelligenza umana collettiva, sociale”. Non solo una battaglia di resistenza quindi, ma  la definizione di una  piattaforma politica, sociale, economica, culturale capace di inverare una nuova umanità e civiltà del lavoro.  

Massimo Covello

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