Il 25 aprile ricorda da che parte stare
C’è un rischio più insidioso della guerra stessa. È l’abitudine alla guerra. Non tanto quella combattuta, quanto quella accettata, interiorizzata, resa normale nel linguaggio pubblico. Ci si abitua alle immagini, alle cifre, alla sofferenza, perfino alla fame, alla sete, alla mortificazione della dignità umana, all’annichilimento dei diritti fondamentali. È qui che l’articolo 11 della nostra Costituzione torna decisivo, non come formula, ma come criterio, perché ripudiare la guerra non è retorica, ma un limite invalicabile. In buona sostanza, sottrae la guerra alla disponibilità dello Stato come strumento della politica. Tutto questo non può essere legato ad un certo pacifismo di maniera. La nostra storia lo dimostra. I partigiani hanno combattuto sul campo per la libertà. Nessuno, quindi, ignora che deterrenza, difesa adeguata e dimensione europea della sicurezza abbiano un loro ruolo. Ma proprio per questo il confine deve restare netto. La guerra non può tornare a essere strumento di dominio, di colonialismo mascherato, di sopraffazione o di arricchimento. Né può essere giustificata sotto l’alibi dell’esportazione della democrazia. Eppure oggi quel limite è sotto pressione. L’Europa e il nostro Paese faticano a sottrarsi a spinte egemoniche esterne, spesso neoimperialiste o repressive, talvolta a derive che sfiorano il delirio di onnipotenza. E manca una voce chiara anche davanti a chi, pur essendo stato vittima del male assoluto, replica pratiche inumane, mosso da logiche di potere e di autoconservazione. La guerra si afferma quando diventa pensabile, quando viene giustificata. Per questo il ripudio è un vincolo strutturale e chiede coerenza. Lo si è visto anche di recente, quando il Paese ha dimostrato ancora una volta, con il voto referendario, di non accettare scorciatoie sui principi costituzionali.Questo vale anche per l’immigrazione. Si moltiplicano soluzioni che piegano la tutela dei diritti. Emblematica la previsione del decreto sicurezza, che riconosce un compenso al legale nel caso in cui il proprio assistito accetti il rimpatrio volontario. Una norma criticata dalle opposizioni e dalla stessa avvocatura, fino a richiedere l’intervento del Presidente della Repubblica. E intanto c’è un Mediterraneo troppo spesso tinto di rosso sangue, che restituisce corpi senza volto e senza nome, raccolti anche sulle nostre spiagge. Uomini e donne che cercano ciò che gli italiani hanno cercato per decenni, quando partivano verso le coste americane.
Dobbiamo stare, dunque molto attenti. C’è un limite oltre il quale non è più possibile riconoscere pienamente i tratti di una democrazia. E quel limite non può essere spostato senza conseguenze. È in questo quadro che il 25 aprile conserva il suo significato, perché la storia è una, è quella dei milioni di morti, di una dittatura fondata sulla persecuzione e sulla negazione dei diritti e di chi ha scelto di opporsi pagando con la vita. Proprio per questo il 25 aprile non divide il Paese ma lo fonda e continua a indicare da che parte stare.
Rino Muoio
