Consenso in calo, guerre aperte, alleati più lontani. Le elezioni di metà mandato possono segnare la fine della fase espansiva del trumpismo.
Per decenni il riflusso è stato una categoria politica quasi esclusivamente di sinistra. Descriveva la ritirata di un’onda che, tra gli anni ’70 e ‘80 aveva attraversato società, cultura e istituzioni. La storia, amante dei contrappassi, sembra avere cambiato destinatario. Ora tocca a Donald Trump e all’internazionale di destra che da lui ha preso le mosse.
Il consenso che si sbriciola
Che le cose per il tycoon non vadano per
nulla bene lo dicono gli indicatori. L’indice di approvazione del presidente è
sceso al 35 per cento. Nel voto nazionale per il Congresso, secondo
Reuters/Ipsos, i Democratici sono avanti 42 a 37 e risultano leggermente
preferiti ai Repubblicani persino nella gestione dell’economia. Il 3 novembre
si voterà per le elezioni di metà mandato e, alla Camera, ai Democratici basterebbe
strappare tre seggi ai Repubblicani per rovesciare la maggioranza. E non si
tratta di una mera previsione, ma il segno di una oggettiva tendenza. Persino
l’immigrazione, uno dei terreni sui quali Trump aveva costruito il proprio
successo, diventa un punto di caduta. Le brutali retate dell’ICE (Immigration
and Customs Enforcement), l’agenzia federale che arresta, e qualche volta
uccide per strada, ed espelle gli immigrati irregolari, gli agenti mascherati e
gli episodi che hanno coinvolto anche cittadini americani hanno spostato il
problema. Non si discute più soltanto di chi debba essere espulso, ma del
limite che uno Stato democratico può oltrepassare per farlo.
Le guerre che non finiscono
Fuori dai confini americani, se vogliamo, le
difficoltà sono ancora più evidenti. Trump aveva promesso la forza come
strumento capace di evitare le guerre o renderle brevi. Ma i risultati quali
sono? In Venezuela Nicolás Maduro è stato effettivamente catturato il 3 gennaio
con un’operazione fulminea (per certi versi anche troppo…), ma sette mesi dopo
la transizione democratica risulta essere ancora incompiuta. Tutto è cambiato,
insomma, affinché nulla cambiasse, fatta salva la gestione diretta dei ricchi
giacimenti petroliferi venezuelani.
Con l’Iran, tuttavia, il modello è entrato in
crisi. La guerra iniziata il 28 febbraio avrebbe dovuto neutralizzare le
capacità militari di Teheran, favorire il collasso del regime e risolvere la
questione nucleare. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica, organismo delle
Nazioni Unite che vigila sull’uso pacifico dell’energia nucleare, aveva censito
440,9 chilogrammi di uranio arricchito fino al 60 per cento, poco sotto il 90
per cento è considerato di grado militare. Se ulteriormente arricchito,
spiegano gli esperti della stessa Agenzia, diventerebbe materiale sufficiente
per una decina di ordigni. I fatti raccontano, però, che dopo oltre cinque mesi
il regime è ancora lì, la repressione continua e l’obiettivo americano di
fermare l’arricchimento e rimuovere lo stock più pericoloso si è diluito nelle
trattative. Rafael Grossi, direttore generale della medesima Agenzia, ha
spiegato che oltre 200 chilogrammi dell’uranio al 60 per cento sarebbero stipati,
probabilmente, nel complesso sotterraneo di Isfahan. Senza pieno accesso ai
siti, però, non è possibile verificarne con certezza l’inventario e forse anche
quanto l’Iran sia effettivamente distante dalla realizzazione di ordigni
nucleari.
Il nodo cruciale di Hormuz
E poi c’è Hormuz. Prima della guerra
attraversavano lo Stretto, senza alcun onere, mediamente 130-140 navi al
giorno. Lunedì scorso ne sono transitate appena sei. Trump fa sapere con
frequenza quotidiana che un accordo è vicino e che l’Iran è alle corde, ma
Teheran nega veri negoziati diretti con Washington mentre ribadisce che il
confronto passa in via esclusiva con l’Oman. Sul tavolo, oltretutto, c’è un
nuovo regolamento di navigazione che potrebbe riconoscere all’Iran un ruolo
maggiore nel controllo dei traffici e persino forme di pagamento di un
rilevante pedaggio per le navi in transito. La guerra nata per ridimensionare
Teheran rischia così di riconoscerle una leva ancora maggiore su una delle
arterie energetiche fondamentali del pianeta. E i mercati lo sanno bene e non
si fanno certo abbindolare dalle parole del presidente statunitense. Anche
perché poi il conto arriva anche a casa tua. L’autosufficienza energetica,
infatti, non protegge dalle quotazioni internazionali del greggio e davanti al
prezzo esposto in ogni distributore le differenze ideologiche tendono ad
assottigliarsi, perché agli americani puoi far passare tutto ma non certo
l’aumento del carburante.
C’è poi un conto strategico per il quale i
vertici americani sono molto preoccupati. Cinque mesi di guerra hanno intaccato
notevolmente gli arsenali americani. Washington avrebbe utilizzato virtualmente
tutte le disponibilità di alcune categorie di missili di precisione a lungo
raggio, mentre sono sotto pressione anche gli intercettori Patriot e i sistemi
antimissile ad alta quota, tanto che il Pentagono sta mobilitando l’industria,
bellica e non. Ma il fatto è che si possono stanziare miliardi in poche ore,
non altrettanto si può fare per costruire missili e linee produttive adeguate.
E le scorte, com’è noto, erano già state intaccate dalle forniture all’Ucraina.
Un quadro che, per altro, deve tenere conto del vero potenziale punto critico
degli americani sullo scacchiere internazionale, che rimane sempre la Cina.
Quando anche gli alleati dicono no
E poi c’è Benjamin Netanyahu, che sta
dimostrando come persino l’alleato più stretto può sottrarsi alla disciplina
trumpiana. Ha respinto il piano in quindici punti sostenuto nei giorni scorsi
da Trump per Gaza e continua a subordinare il ritiro israeliano al disarmo di
Hamas. Restano aperti anche gli altri fronti, compreso quello libanese con
Hezbollah. Netanyahu sa che la fine della guerra riporterebbe al centro la sua
fragilità politica, il processo per corruzione e il mandato d’arresto emesso
dalla Corte penale internazionale e, dunque, non cede alle sollecitazioni
americane. Certo, non si può ridurre tutto alla sua sopravvivenza politica.
Sarebbe però ingenuo ignorarne il peso e il presidente degli Stati Uniti, che
ha sempre dimostrato cautela, e anche qualcosa di più, nei confronti dell’amico
israeliano, lo sa bene.
Qualche scricchiolio si è avvertito persino
con gli amici italiani. Il nostro Paese ha escluso un proprio coinvolgimento
nella guerra iraniana e ha negato agli aerei statunitensi diretti in Medio
Oriente il permesso di utilizzare Sigonella. La presidente del Meloni ha
respinto anche l’ipotesi di intervenire per forzare il blocco di Hormuz. Ma
questa posizione, condivisibile, ha prodotto la reazione di Trump che non ha
gradito, e ha accusato la premier di non avere avuto il «coraggio» di
sostenerlo, così come ha rinfacciato agli alleati europei la mancata
collaborazione. Persino Salvini ha riconosciuto che l’interesse americano «in
questi ultimi mesi non coincide con quello italiano».
Il riflusso attraversa l’Atlantico
Intanto si incrina anche l’internazionale
delle destre che aveva guardato al trumpismo come al proprio centro di gravità.
Viktor Orbán, per sedici anni laboratorio politico della democrazia illiberale,
ha perso le elezioni ungheresi di aprile nonostante il sostegno di Trump,
Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Marine Le Pen e altri esponenti della destra
europea. Se il 3 novembre prossimo, quando si terranno le elezioni di metà
mandato, arrivasse una pesante battuta d’arresto per Trump, il contraccolpo
difficilmente rimarrebbe confinato agli Stati Uniti. Per le destre europee che
hanno investito sull’egemonia trumpiana, sostenuta da una miriade di
organizzazioni, fondazioni, denaro e quant’altro, è molto probabile che si
aprirebbe una fase di disorientamento e riposizionamento. A cominciare proprio
dall’Italia, perché un conto è salire sul carro di un modello destinato, almeno
nelle intenzioni, a conquistare l’Occidente, un altro decidere quanto a lungo
restarci quando quel carro rallenta vistosamente.
Parallelamente, negli stessi States, qualcosa
si muove sull’altro versante politico. Zohran Mamdani, sindaco democratico di
New York, è il volto più riconoscibile di una nuova generazione. Accanto a lui,
stanno ottenendo grandi consensi governatori e nuovi candidati democratici,
come Josh Shapiro, governatore della Pennsylvania, o il suo collega del
Kentucky, Andy Beshear, o quello della California, Gavin Newsom, e ancor di più
Abdul El-Sayed, considerato il nuovo astro nascente progressista, che ha appena
conquistato la candidatura democratica al Senato, nel Michigan. Sarebbe
prematuro annunciare un’onda. Ma torna una convinzione che sembrava smarrita, e
cioè che Trump può essere battuto. E pensare che soltanto a gennaio, Giorgia Meloni
auspicava per il tycoon, quello che unanimemente viene riconosciuto come
l’ideologo dell’assalto al parlamento americano dopo la sua sconfitta alle
presidenziali (tesi corroborata anche dalla grazia da egli stesso concessa a
migliaia di artefici di quella profonda ferita inferta alla democrazia
americana), addirittura il Nobel per la pace, un’eventualità che tuttavia è
lecito dubitare abbia mai tolto il sonno al Comitato di Oslo.
Le elezioni di metà mandato diranno, dunque,
quanto profondo sia il cambiamento. Trump conserva una base fidelizzata, ma la
forza del trumpismo non è affatto quella di prima. Le guerre non finiscono
quando Trump decide, gli avversari non capitolano necessariamente, gli alleati
non obbediscono automaticamente, gli arsenali non sono inesauribili e gli
elettori, in particolare quelli americani, cambiano opinione con una certa
facilità, in particolare quando viene toccato il proprio portafoglio.
Per molto tempo,
dunque, il riflusso è stato il destino degli altri. Adesso tocca a Trump
imparare a farci i conti. E forse anche a quanti, dall’altra parte
dell’Atlantico, hanno affidato al trumpismo una parte non trascurabile delle
proprie fortune politiche.
Rino Muoio
