Primo Maggio: propaganda, polemiche, precarietà


Primo Maggio. Una data che negli ultimi anni si sta tentando di modificare nel “31 aprile”, svuotandola di quel pathos derivante dalle rivolte (a cominciare da quella di Chicago del 1866) e dalle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori, nonché dall’impegno delle organizzazioni sindacali, dal riconoscimento di diritti faticosamente conquistati, da una politica attenta al mondo del lavoro e dei lavoratori, mattone essenziale in Italia nella costruzione di una Repubblica che, come recita il primo articolo della Costituzione, è fondata proprio sul lavoro.
 

Esiste, diciamolo a chiare lettere, come avvenuto in occasione del 25 aprile, con il tentativo di equiparare i partigiani ai repubblichini, un disegno – non tanto nascosto – di sminuire oggettivamente la valenza della Festa dei Lavoratori che, ricordiamolo, durante il fascismo (quello del secolo scorso) era stata abolita.


I mutati “valori” del governo attuale, sempre pronto a sbandierare ai quattro venti percentuali di effimere crescite dell’occupazione secondo le metodologie non scientifiche che fanno più comodo e presa sul popolicchio, tendono a determinare la caduta della dignità del Lavoro (la “elle” maiuscola non è casuale) e dei lavoratori. 

Un Primo Maggio che, tra l’altro, segue di qualche giorno la Giornata mondiale per la salute e per la sicurezza sul lavoro (promossa dall’Organizzazione internazionale del lavoro), celebrata lo scorso 28 aprile, con statistiche (ufficiali e non di propaganda) agghiaccianti, con il sangue dei morti sul lavoro che richiama e deve richiamare il rosso le bandiere da sventolare il giorno della Festa dei Lavoratori e con il nero che richiama e deve richiamare il lavoro così definito, che riguarda sia autoctoni che immigrati, nonché la criminalità associata al lavoro, quella di un caporalato alla luce del sole, troppo tollerato da chi deve esercitare controlli sul rispetto delle leggi vigenti (che ci sono), nonché delle normative fiscali.

Un Primo Maggio italiano che si presenta all’insegna delle contraddizioni dei tempi che stiamo vivendo, espressione di una conflittualità tra una necessaria sostenibilità ambientale e posti di lavoro che si perdono senza possibilità di reale ricollocamento. Le politiche europee e nazionali del passato hanno chiuso le strade dello sviluppo, acuendo l’apertura della forbice tra grandi ricchezze e grandi povertà.


Tra la Borsa e il lavoro, in pratica, il governo sceglie l’America e il capitale, non ponendosi domande sul futuro dei giovani, per i quali si prospetta una società sempre più povera, umiliata e offesa, giovani che diventeranno vecchi senza futuro e senza diritti. A presiedere sulla politica del lavoro dell’attuale governo ci sono tre “P”: propaganda, polemiche (nei confronti dei sindacati e delle forze politiche “non allineate”) e precarietà. Ora, però, il popolo comincia a capire che è il caso di cambiare rotta, iniziando a ricordare che lo Statuto dei lavoratori è, dopo la Costituzione, il più grande strumento di democrazia ed equità partorito dallo Stato italiano. I sindacati tornino a essere punto di riferimento per i lavoratori e per la società: chi ha scelto di tradirne la causa accovacciandosi nel grembo del governo della destra non ha difeso i lavoratori, ma chi si accanisce contro di loro.

Letterio Licordari

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