Repressione e lotta

L’economista prof. Maurizio Franzini in un suo articolo pubblicato sulla rivista “Dissonanze”, il 20 aprile scorso, poneva un interrogativo profetico: “quanto una democrazia


può tollerare una concentrazione della ricchezza?” E sottolineava come questa concentrazione fosse il tratto distintivo delle disuguaglianze contemporanee, producendo come conseguenza non secondaria la regressione della democrazia.  Questo articolo mi è ritornato in mente nel leggere le cronache delle rivolte popolari che da più giorni ormai stanno dilagando in Francia e adesso finalmente, anche nel nostro paese. È sotto gli occhi di tutti che la mobilitazione, la protesta, i blocchi stradali ed i presidi, sono iniziati quando si è reso intollerabile, per intere categorie sociali, il peso dei costi ed i rincari soprattutto dei carburanti e dell’energia,  dopo che l’inflazione si sta mangiando pesantemente e da tempo il potere d’acquisto di salari e pensioni. Non sfugga che fino a quando a protestare e rivendicare una diversa politica economica sono stati i pensionati ed i lavoratori dipendenti, tramite soprattutto la Cgil, da parte del Governo Meloni e & non c’è stata nessuna attenzione, continuando imperterrita in una politica economica e sociale di puro controllo del consenso, di fatto subalterna alle concentrazioni finanziarie, alle corporazioni burocratiche, ai dettati neoliberisti e guerrafondai internazionali; continuando a produrre debito pubblico, mercificazione dei diritti, marginalizzazione di territori.  Ma oggi insieme alle categorie sociali suddette, sono scese in piazza gli autotrasportatori, gli agricoltori, i pescatori, i tassisti, soprattutto nel Mezzogiorno ed in Calabria: tutte categorie storicamente considerate di riferimento sociale del centrodestra.  Cosa sia accaduto perché si producesse questa rottura non è difficile intuirlo: i dazi Trumpiani, la guerra in Medioriente, il conflitto Russo-Ucraino, hanno fatto lievitare costi per cui le vecchie politiche di agevolazione fiscale e di mance neocorporative non sono sufficienti a dare risposte.  L’irruzione sulla scena, poi, dei giovanissimi minorenni, degli studenti, con una modalità assolutamente inedita ha reso ancora più fluida, complessa e conflittuale una realtà che si riteneva sterilizzata, annichilita.  La risposta che il governo Meloni sta immaginando e proponendo si muove nello schema classico della destra reazionaria: logica securitaria e repressione.  Uno schema che cerca di riportare la discussione dentro una visione di paura sociale, lasciando immaginare, attraverso un sistema di informazione corrotto e subalterno, chissà quali pericoli di convivenza, magari fomentando gli scontri e oscurando chi protesta pacificamente.  Mobilitano l’esercito, blindano le piazze, chiamano le forze dell’ordine a difendere una convivenza presentata a rischio e fanno venire in mente   pratiche come “ la strategia della tensione” ferocemente combattute dal movimento sindacale italiano con la Cgil sempre in prima fila. Ma non affrontano per nulla il disagio sociale, la marginalizzazione di intere generazioni, le disuguaglianze, la concentrazione della ricchezza, la precarietà e l’impoverimento economico e culturale, l’arretratezza del sistema produttivo, le paure occupazionali e le crisi industriali, ambientali, territoriali, lasciando incancrenire i ritardi strutturali di un sistema produttivo sempre più dipendente da scelte multinazionali. Tuttavia, insieme alla preoccupazione, mi sovviene la celebre frase  di Mao Zedong: “  Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente “.  Certamente si è rotto un equilibrio, e le forze che vogliono davvero un cambiamento radicale, oltre che difendere la democrazia sostanziale nel nostro paese hanno già da tempo individuato la “Via Maestra “dettata dalla Costituzione, la sua applicazione concreta, a partire dal ripudio della guerra. Non saranno certamente i tentativi di ridurre gli spazi di agibilità, di lotta, di partecipazione che potranno impedire una presa di coscienza sulla gravità dei problemi.  Tocca alle forze democratiche, sociali e politiche, riuscire a far diventare di tutti e per tutti una mobilitazione che sappia sostenere proposte praticabili e credibili di cambiamento, senza strumentalizzazioni ne gattopardismi.   Si muove in questa direzione la proclamazione della CGIL, per il 20 novembre p.v., dello sciopero generale, non come evento palingenetico ma come dimostrazione concreta della domanda di cambiamento a partire dalla legge di bilancio 2027.

 Massimo Covello